C’è un luogo in Abruzzo che molti credono di conoscere, ma che in realtà hanno soltanto sfiorato. È Calascio, il paese della celebre Rocca Calascio, il castello più alto d’Italia, sospeso a 1464 metri di altitudine e meta di oltre settantamila visitatori l’anno.
Passeggiare tra i vicoli di calascio
La Rocca è un’immagine iconica, una visione che ha fatto il giro del mondo: pianta quadrata, torrioni circolari agli angoli, un possente mastio centrale che forse un tempo fu torre d’avvistamento e che nel Quattrocento si trasformò nell’attuale struttura difensiva. Intorno, un paesaggio che sembra infinito, fatto di silenzi, vento e orizzonti che si aprono fino al massiccio del Gran Sasso d’Italia. Poco più in basso, come un gioiello incastonato nella pietra, la chiesa ottagonale di Santa Maria della Pietà, costruita nel 1451, aggiunge armonia e mistero a un luogo che ha qualcosa di irreale.
Eppure Calascio non è soltanto la sua Rocca. Prima di imboccare il sentiero che sale verso il borgo antico e la fortezza, il consiglio è fermarsi nel paese moderno, quello dove la vita scorre ogni giorno, sotto lo sguardo vigile delle torri. È un centro abitato ordinato, raccolto, che si arrampica dolcemente lungo la montagna. Da lontano sembra un piccolo gatto appollaiato sulla roccia, con i due campanili che paiono orecchie tese ad ascoltare il mondo. Molti arrivano, parcheggiano e ripartono verso l’alto senza attraversarlo davvero. E così Calascio rischia di essere un paese che si attraversa, ma non si vede. Basta invece percorrere lentamente le sue scalinate, infilarsi nei vicoli, sostare davanti alle chiese e al convento, per scoprire scorci nascosti, terrazze improvvise, dettagli in pietra che raccontano una storia più intima. Nei bar e nei ristoranti del centro si respira un’accoglienza semplice e sincera, perfetta per concedersi una pausa prima della salita, assaporando i prodotti tipici di una terra che per secoli ha vissuto di pastorizia.
Calascio, infatti, fece parte della Baronia di Carapelle e conobbe un periodo florido proprio grazie alle attività legate alla transumanza e all’allevamento. Poi il Novecento portò un declino severo, uno spopolamento profondo che ridusse gli abitanti a poco più di un centinaio. Per anni la Rocca rimase sentinella silenziosa sopra un paese che sembrava destinato a svuotarsi. Fu tra la fine degli anni Ottanta e i Novanta che qualcosa cambiò: l’attenzione crescente verso la Rocca, divenuta scenario cinematografico e meta internazionale, riportò sguardi e passi su queste pietre antiche. Da allora il flusso non si è più fermato, e oggi la fortezza e il suo borgo rappresentano uno dei simboli più potenti d’Abruzzo.
Ma la vera sfida, qui, non è soltanto attrarre visitatori: è tornare ad abitare. Negli ultimi anni sono nate nuove strutture ricettive, piccoli alberghi diffusi, punti ristoro che valorizzano le produzioni locali. Una Cooperativa di Comunità lavora per garantire servizi essenziali, soprattutto alla popolazione più anziana, e per rafforzare un modello di sviluppo che tenga insieme turismo e qualità della vita. Con il progetto “Rocca Calascio Luce d’Abruzzo”, finanziato attraverso fondi PNRR, il Comune sta investendo in un ampio programma di rigenerazione culturale, sociale ed economica: festival, corsi di formazione legati al cinema, al turismo, alla pastorizia, all’innovazione, alla musica stanno trasformando il paese in un laboratorio diffuso a cielo aperto. L’obiettivo non è solo valorizzare un’icona, ma riaccendere un territorio intero.
Visitare Calascio significa allora concedersi il tempo della meraviglia. Significa sostare in paese prima di salire, lasciarsi sorprendere dai dettagli, ascoltare il silenzio che avvolge le case e poi, passo dopo passo, percorrere il sentiero che conduce alla Rocca, vero scrigno d’Abruzzo. Quando si arriva in cima e lo sguardo abbraccia le montagne e l’altopiano, si comprende che questo luogo non è solo un panorama da fotografare, ma una storia che continua a cercare nuovi abitanti, nuovi racconti, nuove vite da custodire tra le sue pietre.
